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È assai difficile, se non impossibile, dare un inizio cronologico all'affascinante storia della navigazione. Lasciamo che sia il mito a prenderne atto. Se pure è plausibile che l'uomo abbia saputo convivere per secoli col temperamento mutevole e imprevedibile del mare, subendo sicuramente tragedie, ma traendone anche vantaggi, è solo coi Fenici che esso diventa via e mezzo per allargare l'orizzonte sia fisico sia mentale di questo popolo e di molte altre civiltà che seguiranno. È questa grande civiltà di navigatori che, non più paga delle rotte « a vista», inizia vere e proprie traversate anche notturne. Uniche compagne dei timonieri in quelle notti di veglia erano, quando fossero visibili, la luna e le stelle; nelle «schiere celesti» gli astri principali divennero ben presto simboli cosmici, se non vere e proprie divinità; in particolare la luna, la semitica Ishtar, l'Astarte mediterranea, divenne così anche la protettrice della navigazione. A mano a mano che le navi cominciarono ad allontanarsi dalla costa e a percorrere sempre più le «acque ignote», nacque la necessità di avere dei punti di riferimento nelle notti illuni, quelle di tempesta o di luna nuova. Era nata la navigazione d'altura ma rimanevano i pericoli in vicinanza della terra: secche, scogli, correnti, fondali cattivi tenitori... Il primo poeta che ci parla di come si orientassero in prossimità della costa gli antichi piloti è Omero, nell'iliade, quando paragona lo scudo di Achille, immenso e splendente come la luna, a quel fuoco ardente su di un'alta collina che appare ai naviganti a segnalar loro la via. In questo modo, probabilmente, inizia la storia della segnalazione notturna marittima. Sicuramente questo sistema era in uso da parecchio tempo alle comunità di mare come modo spontaneo per risolvere le necessità della piccola navigazione; ben presto però le comunità piccole si allargarono, crebbero sino a formare flotte e domini, poteri centrali e colonie. La navigazione andava acquistando una veste importantissima nel controllo politico e negli affari di quelle civiltà che stavano maturando e si sviluppavano nei modi e con le peculiarità che gli storici ci hanno tramandato: la sicurezza di queste flotte divenne di primaria importanza. Da racconti che stanno tra la storia e la leggenda sappiamo che questi segnali di aiuto divennero anche un facile modo per creare inganni. Nel 930 a.C. il re dell'isola Eubea, per sua privata vendetta, ingannò il naviglio dei Greci reduci dall'assedio di Troia che, presi da traversia, credendo di trovare ridosso, finirono in secca seguendo la luce dei fuochi accesi sui crinali dei monti dell'isola di Negroponte. Notizie scritte sul più antico segnalamento luminoso costruito appositamente allo scopo, riguardano quello nata sotto il successore Tolomeo Il Filadelfo (285-246). Il monumento fu disegnato da Sostrato di Cnido che ne curò anche la realizzazione. L'architetto fece incidere sui conci che formavano l'architrave del portale questa iscrizione dedicatoria in greco: «Sostrato di Cnido, figlio di Dexifane ~EO~ U~T~~OL ~lr~Q T~V ~XOL~O,<E'pWZ', cioè "a favore dei navigatori agli dei salvatori" ». Questa epigrafe fa pensare che il fuoco acceso sul faro fosse dedicato più che a Tolomeo I e alla regina Berenice, ai Dioscuri, divinità della luce, che, vuole la tradizione, talvolta risplendano durante la tempesta sulla cima degli alberi de~a nave simili ai fuochi di sant'Elmo. La fiamma ardente del faro fu accolta come l'apparizione di una divinità protettrice. La dedica, coperta per volontà del nuovo sovrano con dell'intonaco nel quale fece incidere, com'era uso in quei tempi, il suo cartigho al posto del nome del padre e di quello dell'architetto, ritornò col tempo alla luce. Artista e tiranno furono cosi accomunati dallo strano destino di essere vicendevolmente l'uno artefice della fama dell'altro. Stazio ne celebra lo splendore emulo di quello lunare: Idrisi, viaggiatore e geografo arabo del sec. XII, lo definisce «candelabro fatto di durissimo travertino alto 300 cubiti» e afferma che «la sua luce è visibile dalla distanza di 20 leghe»; Abdul Feddal (sec. XIII) afferma l'esistenza sulla lanterna di uno specchio concavo di metallo (si dice che tali specchi siano stati ideati dallo stesso Archimede) ai tempo del califfato di Ualid e lo descrive come un monumento ancora in piedi al suo tempo: ce lo presenta alto 8 piani che, salendo, si restringono con ampie terrazze tutto intorno. Modello di tutte le costruzioni successive, che in effetti prenderanno dal luogo dove fu eretto quello di Alessandria il nome di faro, fu in seguito preso a modello non solo per le torri atte a quello scopo ma anche per i minareti e i campanili, tramandando così inalterato quel primo significato sacro che il progettista gli aveva attribuito. Sicuramente il faro alessandrino può essere considerato il più famoso anche se, secondo alcuni, non il più antico. Intorno al 650 a.C. è provato che ne sorgeva uno sul promontorio Sigéo nella Troade sebbene fosse da considerarsi più che un vero e proprio faro un braciere. Un'altra delle sette meraviglie del mondo classico, che ebbe funzione di guida alla navigazione, fu il cosiddetto Colosso di Rodi. Secondo Plinio era alto 70 cubiti (circa 32 metri) ed era di pietra ricoperta di piastre di bronzo; anch'esso era dedicato a una divinità: Elios, il sole. Fu innalzato dai cittadini di Rodi per perpetuare la memoria del glorioso assedio sostenuto nel 304 a.C. contro Demetrio Poliorcete re di Macedonia. L'opera, del sec. III a.C., è attribuita a Carete di Lindo, discepolo di Lisippo che secondo la tradizione non potè ammirarne l'opera finita perché si suicidò avendo prematuramente terminati i fondi che gli erano stati assegnati per realizzare quel progetto. L'enorme statua antropomorfa poggiava i piedi sulle testate dei due moli che rinserravano il porto, l'Emboricos: sotto di essa passavano le navi che entravano e uscivano. La figura reggeva, in una mano alzata, un braciere: rimase a guardia del porto di Rodi per poco più di mezzo secolo, rovinando nel 226 a.C. a causa di una violenta scossa di terremoto. Oltre il dato puramente funzionale, rappresentazioni ideali e motivazioni apparentemente utopistiche hanno stimolato e affascinato nei secoli Sostrato e Carete e, con loro, molti altri architetti e li hanno spinti a risolvere bisogni e compiti concreti partendo da sogni ~ idee fantastiche, infrangendo la norma, ricercando simbologie e miti. In questa chiave può forse essere letto il successo eterno delle sette meraviglie dell'età classica: il coraggio di rompere l'unità di misura conosciuta o estenderne la scala fino a giungere nella realizzazione i limiti del fantastico. Questi stimoli che portano a fondere nel manufatto idea ed utilizzo, momento astratto e significato concreto sono senz'altro alla base della costruzione del Colosso di Rodi, una rappresentazione fisica del simbolo, del mito. Il faro di Alessandria, cosi come ce lo rappresenta Philippe Galle secondo un incisione di Maarten van Heemskerck del 1567, e ancor più il Colosso di Rodi, per restare nell'argomento specifico dei fari, sono due varianti di un unico tema fondamentale: la rappresentazione antropomorfa dell'architettura, come antropomorfa è l'idea della divinità. Questa simbologia riconducibile innamorati. Leandro attraversa nuotando ogni notte lo stretto per raggiungere l'amante che, con una fiaccola accesa, lo guida, lo attira a sè. Ero rappresenta il faro, Leandro il navigante; entrambi sono accomunati da un unico destino: quando il vento spegnerà la fiamma, Leandro si perderà tra i flutti ed Ero, per il dolore, si ucciderà. Questo mito divenne una fonte ispiratrice per parecchi poeti classici: Virgilio, Ovidio e altri fino a Museo, poeta greco del sec. IVV d.C., autore del poemetto Ero eLeandro. Esso divenne la traccia per dipingere la forza invincibile dell'amore che, come dice Virgilio, «tutti fa ardere della stessa furiosa fiamma». Ma la simbologia del mito va oltre; il faro conduce alla salvezza, allontana dai pericoli. Nasce da questo concetto un'altra idea fondamentale, anche nell'architettura: il porto ideale. Fonte:www.Marina.Difesa.it/fari/ |